26 Gen “Vermiglio”, il cinema che custodisce la storia grazie al sostegno pubblico
Il nostro docufilm sta per vedere la luce e, come accade al termine di ogni lavoro, ci troviamo a riflettere su quanto sia fragile il cinema indipendente, inteso come espressione artistica libera dalle dinamiche commerciali delle grandi produzioni. Non basta avere una storia che merita di essere raccontata o il coraggio di esplorare territori poco battuti: servono risorse e strumenti che consentano a un’opera di restare fedele alla propria voce senza compromessi.
Pensiamo a “Vermiglio”: Leone d’Argento a Venezia 2024, 7 David di Donatello nel 2025 e tra i 15 migliori film internazionali candidati agli Oscar nello stesso anno. Senza i fondi pubblici, probabilmente, non sarebbe uscito nelle sale o, come dice la stessa regista Maura Delpero, “avrebbe tradito sé stesso”. Il film – ambientato nel 1944 in un remoto villaggio del Trentino – è costruito su una forte impronta autoriale: narrazione dai ritmi dilatati, lontana da ogni logica spettacolare, e con il dialetto locale a rendere il racconto autentico e unico. Scelte estetiche e linguistiche essenziali per custodire una memoria storica, ma difficilmente sostenibili senza un supporto pubblico, quello che ha permesso al film di mantenere intatta la propria visione.
Per noi, “Vermiglio” è molto più che un film di successo. Dimostra che i finanziamenti pubblici, se mirati, non sono semplici incentivi: possono fare la differenza tra opere che mantengono pienamente la loro identità e altre costrette ad adattarsi alle logiche commerciali. Strumenti come il tax credit – che consente di recuperare parte degli investimenti – permettono a film con una visione artistica forte di esistere e contribuiscono a rafforzare la vitalità e la diversità del cinema italiano, facendo sì che storie, sguardi e memorie come quelli di “Vermiglio” possano raggiungere il pubblico e conservare e preservare il patrimonio storico e culturale che raccontano.