L’”Odissea” di Nolan: il set come luogo della meraviglia

Ancor prima di arrivare nelle sale, l’”Odissea” di Christopher Nolan aveva già fatto discutere: dalla fedeltà al poema di Omero alle scelte del casting, dalla rilettura del mito alle differenze rispetto all’immaginario costruito nei secoli intorno al viaggio di Ulisse. Ma al di là delle polemiche e delle aspettative, c’è un’altra prospettiva, meno immediata, da cui osservare il film. L’”Odissea” racconta il modo in cui Nolan guarda al cinema: un luogo dove la tecnologia apre nuove possibilità, ma dove la meraviglia nasce ancora dall’incontro tra immaginazione, realtà e lavoro sul set.
Girato interamente in formato IMAX 70 mm – una tecnologia pensata per offrire immagini più ampie, nitide e immersive – il film trasforma il mito greco in un’esperienza tangibile. La figura di Polifemo non è il prodotto di un’animazione virtuale, ma un grande pupazzo meccanico di sei metri d’altezza, costruito per restituire tutta l’inquietudine del racconto omerico. Il mare stesso smette di essere un fondale ricreato al computer per farsi elemento dinamico e imprevedibile; una scelta che ha imposto agli interpreti di misurarsi con condizioni ambientali autentiche, restituendo sullo schermo la fatica, il rischio e la complessità del viaggio di Ulisse.
Quello di Nolan non è un rifiuto della tecnologia, ma una precisa visione: utilizzare gli strumenti più avanzati senza perdere il valore dell’esperienza cinematografica, del lavoro artigianale e della fisicità della ripresa. Così il viaggio di Ulisse diventa anche una riflessione sul futuro della settima arte. In un momento in cui le immagini possono essere generate artificialmente, Nolan sembra ricordarci che la forza del cinema nasce anche, e ancora, dall’incontro tra immaginazione e realtà.
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