12 Feb “Todo Modo”, un film pasoliniano
A quarant’anni esatti dall’uscita nelle sale di “Todo Modo” ci tornano alla mente le parole di Leonardo Sciascia che definì l’opera di Elio Petri “un film pasoliniano: nel senso che quel processo che Pasolini voleva fare, e non poté fare, alla classe dirigente della DC, lo ha fatto oggi Petri. Ed è un processo che suona come un’esecuzione”.
Parole profetiche: l’Italia è nel pieno degli anni di piombo, la Democrazia Cristiana è ancora al governo ma lo scandalo Lockheed e le divisioni tra le correnti interne minano la solidità del partito. E il dibattito sul “compromesso storico” prefigura un periodo di profonda instabilità politica che culminerà, due anni dopo, nel rapimento e nell’uccisione di Aldo Moro.
Ed è proprio in una raffigurazione grottesca dello statista democristiano – mai nominato esplicitamente nel film – che Gian Maria Volonté dà vita al Presidente di un partito cattolico al governo. Durante un’epidemia, il leader si rifugia in un eremo isolato insieme ai vertici del partito per partecipare a esercizi spirituali ispirati a Sant’Ignazio di Loyola, guidati dal carismatico don Gaetano – Marcello Mastroianni). Ma ciò che dovrebbe essere un percorso di espiazione si trasforma presto in una claustrofobia politica e morale: una serie di omicidi misteriosi li decima uno dopo l’altro, in un incubo grottesco che smaschera la degenerazione di un potere convinto di essere immune dalla crisi.
Il senso profondo del film è racchiuso già nel titolo, che richiama la formula di Sant’Ignazio di Loyola “todo modo para buscar la voluntad divina”, “ogni mezzo per cercare la volontà divina”. Elio Petri ne capovolge il significato: la ricerca spirituale diventa un linguaggio politico ambiguo, in cui ogni azione può essere giustificata da un fine superiore. In “Todo Modo” – disponibile su Chili” – la religione si riduce a cornice morale, la confessione a strumento di controllo e il sacrificio a retorica di un sistema che tende ad autoassolversi. Fede e politica finiscono così per confondersi in un rituale vuoto che non salva, ma mette a nudo la crisi di una classe dirigente prigioniera delle proprie maschere.