“Maledetti vi amerò”: Giordana e la fine di una generazione

Quando il vento delle utopie si è ormai trasformato in disillusione, il cinema italiano inizia a interrogarsi sul destino della generazione del Sessantotto: cinque anni dopo l’assassinio di Pier Paolo Pasolini e appena due dal rapimento e l’uccisione di Aldo Moro – figure centrali del nostro prossimo docufilm dedicato ai nodi irrisolti della storia italiana – “Maledetti vi amerò” (1980) di Marco Tullio Giordana emerge come una fotografia dolorosa e lucidissima della fine degli anni di piombo e della dissoluzione di una generazione che aveva creduto di poter cambiare il mondo.
Rientrato a Milano dopo cinque anni trascorsi in Sudamerica, Riccardo detto Svitol (Flavio Bucci) – ex militante di sinistra durante la contestazione studentesca – comincia un viaggio nella generazione che aveva vent’anni nel 1968. Ciò che trova non è più il fervore politico di allora, ma un Paese e una città sprofondati in una grave crisi ideologica e morale, trasformati dall’omologazione e dalla rassegnazione. Le certezze di un tempo si sono dissolte, gli amici si sono dispersi: c’è chi è finito nel tunnel della droga, chi si è imborghesito, chi vive alla giornata. Svitol osserva questo paesaggio umano come un reduce tornato da una guerra ormai dimenticata: prova a ricostruire un senso, persino a ridefinire cosa significhi ancora essere di destra o di sinistra, in un ultimo disperato tentativo di riscattarsi dal degrado morale e umano che lo circonda. Sino all’imprevedibile e drammatico finale.
Presentato nella sezione “Un Certain Regard” al 33º Festival di Cannes e vincitore del Pardo d’Oro al Festival di Locarno nel 1980, Maledetti vi amerò – disponibile su YouTube – affronta con coraggio un tema allora poco esplorato dal cinema italiano: non solo il disincanto post ’68, ma la crisi morale e culturale di un Paese e di una generazione attraversati dagli anni di piombo. Milano, più che sfondo, diventa lo specchio di un’Italia in trasformazione, dove il fervore politico lascia il posto a nuovi codici sociali, segnando il lento passaggio verso la stagione della cosiddetta “Milano da bere” e di una modernizzazione che ridefinisce valori, relazioni sociali e punti di riferimento.
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