11 Dic Lina Wertmüller e “Mimì Metallurgico”
È il 1972 quando Lina Wertmüller porta sullo schermo un film lucido e grottesco, capace di raccontare con feroce ironia l’Italia dei suoi tempi: “Mimì metallurgico ferito nell’onore”.
Un Paese sospeso tra Nord e Sud, tra le grandi fabbriche che ridisegnano il paesaggio del lavoro e le campagne ancora intrappolate in abitudini antiche.
Un Paese in cui il fermento dei sindacati e le prime rivendicazioni femminili convivono con vecchi codici d’onore, superstizioni radicate e gerarchie che sembrano immutabili.
Al centro del film c’è Carmelo “Mimì” Mardocheo, interpretato da uno strepitoso Giancarlo Giannini: operaio siciliano in fuga dalla mafia, catapultato nel Nord industriale tra catene di montaggio, assemblee operaie e nuove libertà che seducono.
A Torino incontra Fiorella – una magnetica Mariangela Melato – militante di sinistra, indipendente e anticonformista: una donna che rappresenta tutto ciò che Mimì vorrebbe essere ma che non trova mai il coraggio di diventare davvero. E quando Rosalia, la moglie rimasta in Sicilia, resta incinta di un altro uomo, tutto si incrina. Mimì cede alla logica più arcaica: vendicarsi, seducendo la moglie dell’amante della consorte. I vecchi codici – il maschilismo e l’onore – riprendono il sopravvento sino a trascinare Mimì in una spirale tragicomica di inganni, pressioni mafiose e molteplici figli. Un destino che lo rende grottesca vittima del mondo da cui aveva cercato di fuggire. E anche Fiore, intuendone la deriva, lo abbandona.
Presentato in concorso al Festival di Cannes del 1972 con nomination per la Palma d’oro, “Mimì metallurgico ferito nell’onore” – disponibile su Apple TV – vinse, tra gli altri, due David di Donatello (a Giannini e Melato) e due Nastri d’Argento, consacrando definitivamente Lina Wertmüller tra le voci più originali del cinema italiano. Rivederlo oggi significa confrontarsi con un’Italia che pare lontana, ma che in parte continua a parlarci: le contraddizioni tra modernità e tradizione, tra emancipazione e conformismo, tra desideri individuali e pressioni sociali non appartengono solo al passato. Mimì, con i suoi compromessi e i suoi errori, resta il simbolo di un Paese che prova a cambiare, ma che spesso deve fare i conti con ciò che non riesce a lasciarsi alle spalle.