Enzo Tortora e la giustizia negata

Il più grande errore giudiziario della storia della Repubblica rivive in tutta la sua drammaticità in “Portobello”, la nuova serie di Marco Bellocchio – presentata alla Mostra del Cinema di Venezia e ora disponibile su HBO Max – con Enzo Tortora interpretato da Fabrizio Gifuni. Siamo nei primi anni ’80: l’Italia porta ancora i segni del terrorismo, la lotta alla criminalità organizzata è una priorità e la magistratura attraversa una fase di forte legittimazione. La politica è scossa dall’assassinio di Moro e dalla crisi dei grandi partiti, mentre nascono le prime televisioni private che sfidano la Rai.
Intanto la televisione generalista è il collante nazionale: Portobello raduna milioni di spettatori ogni settimana e Enzo Tortora, liberale e indipendente, trova il suo spazio. Del suo essere libero fa la sua arma e il suo stile – non ricattabile, come dimostrano le battaglie contro la loggia P2 – diventando il volto rassicurante di un Paese che cerca la normalità. Poi, nel 1983, l’arresto: le accuse basate sulle dichiarazioni di presunti pentiti della camorra, le manette riprese dalle telecamere, il clamore mediatico. Marco Bellocchio non racconta solo l’ingiustizia – dalla condanna all’assoluzione – ma il meccanismo che la rende possibile: il tempo lento delle garanzie travolto dalla velocità dei media, l’aula che si sovrappone allo studio televisivo, il sospetto che diventa racconto e, infine, verità condivisa.
“Enzo Tortora è morto di ingiustizia”: non fu solo il processo a spezzarlo, ma il fardello di uno stigma che nemmeno l’assoluzione cancellò. Eppure, nonostante le sofferenze, seppe indicare un orizzonte più alto, insegnandoci che la vera giustizia non è soltanto applicazione delle leggi, ma capacità di riconoscere gli errori, correggere le ingiustizie e non trasformarsi mai in violenza. “Resta il mistero – come sottolinea Bellocchio – della cecità di certi giudici oltre ogni umana immaginazione. E della loro perseveranza nel continuare a sbagliare”
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