19 Ott “Zustissia”: il tempo sottratto, lo sguardo negato
Posted at 11:32h
in Cinema
Ci sono ingiustizie che non finiscono con una sentenza. Restano nei silenzi, nei gesti, negli anni che nessuna assoluzione potrà restituire. È da qui che parte “Zustìssia”, esordio alla regia di Francesco Piras, nelle sale dal 15 ottobre, ispirato alla vicenda di Beniamino Zuncheddu, l’allevatore sardo che ha trascorso 33 anni in carcere da innocente.
Più che ricostruire un errore giudiziario, Piras sceglie di raccontarne le conseguenze. Forte della sua esperienza da direttore della fotografia, affida alle immagini il compito di restituire una libertà sottratta. I monti della Sardegna, inizialmente ampi e vitali, cedono il posto agli spazi angusti della cella. Le inquadrature si stringono, i muri interrompono lo sguardo, la terra d’origine diventa un ricordo lontano. La prigione non è soltanto un luogo, ma una condizione che altera il rapporto con il mondo e con il tempo.
Fabrizio Ferracane interpreta Zuncheddu con intensità trattenuta, affidando ai silenzi e al corpo il peso di un’esistenza sospesa. Accanto a lui, Michele Riondino è l’avvocato Mauro Trogu, determinato a ricostruire la verità. Il loro incontro supera i confini del processo: da una parte chi ha perso decenni di vita, dall’altra chi non smette di cercare. Un legame che restituisce al racconto la sua dimensione più umana.
“Zustìssia”, giustizia in sardo, non è una storia di riscatto. Piras evita la consolazione di un finale capace di rimettere ogni cosa al suo posto, perché ci sono perdite che nessun verdetto può riparare. L’assoluzione riconosce l’errore, ma non restituisce gli anni, le occasioni, la vita rimasta fuori da quelle mura. Ed è proprio nella distanza tra giustizia riconosciuta e giustizia compiuta che il film trova la sua voce più civile.